È una questione ancora molto dibattuta se sia legittimo applicare il concetto di “filosofia” a culture diverse da quella occidentale (a cui appartiene a pieno titolo, sia chiaro, l’universo culturale arabo-islamico). Negarlo porta facilmente all’etnocentrismo e alla pretesa di una superiorità occidentale; ma anche affermarlo comporta rischi simili, trattandosi di estendere una nostra categoria culturale a sistemi di pensiero che si definiscono diversamente e hanno significati e obiettivi differenti. Tanto più che si tratta di comparare dimensioni storico-culturali che raramente si sono incrociate (sebbene lo abbiano fatto, anche in epoche antiche) e hanno esercitato una scarsa influenza reciproca.
Naturalmente ci sono eccezioni, particolarmente frequenti in epoca contemporanea. Dall’Ottocento in poi, non c’è pensatore occidentale che non abbia avuto una qualche (almeno superficiale) cognizione del pensiero orientale, abbastanza da riconoscerne il valore, anche se di solito non abbastanza da trarne efficaci orientamenti di pensiero: Schelling, Hegel, Nietzsche, Heidegger…
C’è però un solo grande filosofo occidentale che abbia davvero tratto da oriente un impulso fondamentale, tale da consentirgli un innesto fecondo di temi filosofici indiani sul tronco della filosofia classica tedesca, e si tratta di Arthur Schopenhauer (Danzica 1788-Francoforte 1860).
Le sue radici filosofiche sono saldamente occidentali e derivano soprattutto da Platone (di cui riprende in maniera molto originale la teoria delle idee applicandola soprattutto all’estetica) e da Kant, di cui fa propria quasi interamente la teoria della conoscenza. Al kantismo, però, Schopenhauer imprime una svolta radicalmente orientaleggiante, interpretando il concetto di “fenomeno” come illusione e costruendo una metafisica di dichiarata impostazione induista e buddhista. E dal buddhismo in particolare Schopenhauer mutua quasi interamente la sua teoria morale. Dopo aver pubblicato la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione (I ed. 1819), si accosterà anche al pensiero cinese, nel quale cercherà conferme di alcuni aspetti della sua concezione a cui dedicherà un capitolo di La volontà nella natura (1836). Al di là dei limiti non molto ampi della sua effettiva conoscenza del pensiero indiano e cinese, ha avuto sicuramente un ruolo importantissimo nel superare steccati culturali e nel costruire una concezione universalmente umana della filosofia.